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Osservatorio Politico 29/05/2022
di Michele Cascino
Lo schieramento politico e imprenditoriale risultato vittorioso nell’aprile del 2008 è l’effetto dell’approccio leghista favorito di fatto da una parte non trascurabile dell’ex sinistra e da cattolici del Nord e del Centro Italia con successo dei seguaci del sen. Bossi, diventato così fattore condizionante degli equilibri politici italiani. La scelta federalista contenuta nelle norme introdotte nel 2001 nel titolo V della Costituzione è alla base della spinta verso il cosiddetto federalismo fiscale con un riferimento, per fortuna abbandonato, ai dati di una sola regione più avanzata e non alla media di un gruppo di regioni variamente ricche.

Il problema non è certo solo la strumentazione del finanziamento della sanità, della scuola e dell’assistenza o dei trasporti locali nel Sud debole o nelle regioni più piccole.
Il rifiuto di affrontare lo snodo decisivo del tema della politica economica a lungo termine trascurando le condizioni delle esistenti diversificazioni territoriali dei redditi, dell’occupazione, delle dotazioni produttive, infrastrutturali e civili del Paese è un grave handicap ai fini dello sviluppo.

La battaglia che il nuovo meridionalismo deve affrontare di petto, oltre a condizionare i contenuti di un federalismo fiscale, dovrà indicare una organica e strutturata politica di coesione ed unificazione nazionale, compito che dovrebbero imporsi insieme e concordemente tutte le regioni meridionali in modo univoco ed esplicito anche al fine di costruire l’Europa mediterranea ed impedire che il Vecchio continente resti una potenza assediata come più volte ripetuto dalla Svimez, di cui si sta mettendo in discussione finanche l’esistenza, e dal suo presidente Nino Novacco.

Il Governatore della Basilicata in più di qualche occasione ha fatto riferimento all’unità delle regioni meridionali. La verità è che le regioni meridionali non sono apparse in grado di trovare una loro unità nè formale nè sostanziale, nè di concordare posizioni comuni rispetto al federalismo e al federalismo fiscale.

Tra competenze proprie delle regioni e poteri che esse condividono con lo Stato non ci si può fidare dei luoghi nazionali di governo e si lascia spazio a localisti e regionalisti di discutere della avvenuta introduzione in Italia di un modello costituzionale di Stato non più unitario, ma sostanzialmente già federale.

Non voglio sembrare un nostalgico, ma all’epoca del Comitato delle regioni meridionali qualche successo nei confronti del Parlamento e del Governo si riusciva ad ottenere per la forte coesione che si instaurava tra le regioni del Mezzogiorno che abbandonavano l’egoistico localismo facendosi carico della questione meridionale.

Non a caso prima della riforma del titolo V della carta costituzionale del ’48, lo Stato italiano si faceva carico di rimuovere gli squilibri del Mezzogiorno con il Nord.

La confusa formulazione del comma quinto dell’art. 119 della costituzione del 2001 ha di fatto eluso il problema degli interventi di sviluppo e coesione, interventi che necessariamente presuppongono contenuti macroterritoriali che ora ci si illude di far entrare nelle competenze del federalismo fiscale di Comuni, province, città metropolitane e regioni.

Giova ricordare, in questa vicenda, l’intangibile unità e indivisibilità dello Stato Nazione.

Michele Cascino
Presidente Associazione Cultura d’innovazione ed impresa
     
 
 
 
 
   
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